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Ieri sera è stata la prima esperienza di Cineforum per la vostra piccola comunicatrice! Un grazie doveroso a Cesco che mi ha iniziato a questa pratica 😉 Per cui, ecco a voi una recensione fresca fresca del film di ieri: Il Divo – La spettacolare vita di Giulio Andreotti. Come non assistere in religioso silenzio a questo film del 2008 dopo la recente scomparsa del protagonista? Un pò troppo mainstream, forse, ma, a mio parere, ne è valsa davvero la pena. Non è un film incentrato propriamente sulla comunicazione, ma vi propongo lo stesso le mie impressioni. 🙂

Il regista, Paolo Sorrentino, è riuscito a creare un’atmosfera perfetta per i suoi personaggi quasi sempre troppo abbozzati e caricaturati: la scena politica italiana degli anni Ottanta viene rappresentata in modo magistrale, tra “correnti andreottiane” che sembrano vere e proprie gang malavitose, scandali e vicende giudiziarie che vengono solo accennate, e al centro di tutto lui, Il Divo, La Volpe, Il Gobbo, Il Papa Nero, la Sfinge, Belzebù. Tanti i soprannomi con cui Andreotti, infatti, è stato apostrofato nel corso della sua vita, ma dall’inizio alla fine del film, il personaggio di Giulio è e resta sempre immobile e immutabile. Proprio come immobile e immutabile è la scena italiana, da un pò di decenni a questa parte. I dialoghi fin troppo costruiti di Sorrentino, le battute che fa dire ai personaggi, sempre ad effetto, senza mai nemmeno con una virgola fuori posto, descrivono perfettamente la politica italiana, segnata da grandi personaggi, sempre loro, sempre gli stessi, e soprattutto, sempre costruiti. La rigidità stessa della postura di Andreotti finisce per unirsi con la lentezza del film, in una sorta di elogio all’immobilità.

Dei dialoghi, mi ha colpito soprattutto quello tra Andreotti e Scalfari. Forse perchè sono di parte, nel senso che propendo verso la libertà di stampa e dei giornalisti, ma vedere come Andreotti è stato in grado di spegnere l’altro mi ha fatto salire un nervoso assurdo. E la cosa più assurda è che funziona veramente così, nella realtà. Il monologo di Giulio, poi, è un altro pezzo magistrale. Una sorta di delirio interiore, in cui Andreotti si confessa – considerando che è stato proprio questo monologo a far dire al politico che l’intero film è “una mascalzonata” -. Un monologo in cui si inneggia al Male usato a fin di Bene, e si disprezza la Verità. Andreotti ne esce fuori, così, infervorato dalla sua fede in Dio, tanto da sembrare quasi volersi sostituire a lui stesso, o almeno, pararsi al suo fianco, in una strenua lotta già persa in partenza per salvare quello che resta dell’Italia. Dell’Italia come la vede lui, figlio della prima repubblica.

Il vero protagonista di questo film, dunque, a mio parere, non è nemmeno Andreotti. Andreotti è solo una scusa, un fantoccio, che ha permesso a Sorrentino di rappresentare la nostra realtà, la realtà italiana. Per tutto il film, in tutte le scene, negli sguardi e nelle battute che i protagonisti si scambiano, nei loro gesti, semplici gesti molto spesso accentuati dalla sua regia e dalle musiche pop e stranamente fuori luogo, ma allo stesso tempo strategicamente perfette, di Teho Teardo, noi spettatori possiamo riconoscerci. In quell’uomo fermo e immobile come il faro di Alessandria, che non crolla nemmeno sotto i duri colpi di Tangentopoli, che le vicende giudiziarie non riescono a incastrare, noi italiani vediamo rappresentata la nostra vita di oggi. Si parla degli anni Ottanta, dei primi anni Novanta, ma io, ignorante quanto posso essere sulle vicende di quegli anni, guardo fuori dalla finestra, o dentro la televisione, e vedo sempre lo stesso film andare avanti. Il Divo non è scomparso il 6 maggio scorso. Il Divo è l’emblema della nostra classe politica, immobile, immutabile e imperturbabile. Dalla prima repubblica ad oggi. Il Divo è l’emblema del nostro popolo, della nostra gente, immobile come la classe politica, che non riesce a smuoversi da questo torpore nel quale è immersa da fin troppo tempo.

Insomma, Sorrentino riesce ancora una volta a farci riflettere, fin nel profondo della nostra anima, in quelle cose che, a detta di Andreotti, “non dovrebbero essere nemmeno confessate a sè stessi, perchè non bisogna mai lasciare traccia di qualcosa che non si vuole far sapere“. Eppure ci vengono messe davanti, sullo schermo, costringendoci a guardarle ed ammettere la loro esistenza, la loro presenza costante nella nostra realtà. Un film su di noi, sulla nostra Italia, o su quello che ne è rimasto. Un film su un fallimento, su un uomo, un uomo medio, che ha sacrificato tutto quello che aveva su un altare sbagliato. La scena di Andreotti e della moglie che si stringono la mano davanti a Renato Zero che canta “I migliori anni della nostra vita“, e quella in cui la signora Enea distrugge le lettere d’amore che non aveva mai consegnato al politico e se ne torna in autobus a casa piangendo, sono il compendio di tutto.
La realtà impagliata che ci costruiamo davanti e nella quale ci ostiniamo a vivere non colmerà mai i vuoti che ci portiamo dentro.

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Informazioni su Alba Chiara

I'm Alba Chiara Di Bari, a 22-year-old Italian studying a Master in Strategic Public Relations in Sweden. Love: Italian espresso, my celtic harp, my pentacle, metal/rock/folk music, my mobile.

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